Una stanza, un’inquadratura leggermente dal basso, la chitarra già pronta. Domenico Bini preme il tasto per avviare la registrazione, si sistema davanti all’obiettivo e comincia a suonare. Niente montaggio, scenografie o introduzioni particolarmente elaborate: al massimo il titolo del brano, pronunciato con la consueta serietà. Poi la musica.
La scena si ripete da anni, con una frequenza difficile persino da quantificare. Sul suo canale YouTube, aperto nel 2010, sono presenti oltre 22mila video. Gli iscritti sono circa 166mila e già alla fine del 2025 le visualizzazioni complessive avevano superato quota 40 milioni. Numeri che molti musicisti con un ufficio stampa, una casa discografica e una discreta disponibilità economica non hanno mai nemmeno avvicinato.
Lui, invece, continua a presentarsi nello stesso modo: «chitarrista heavy metal professionista e cantautore nato a Trani». È Domenico Bini, naturalmente. Per internet, più semplicemente, è il Maestro. (Uno dei tanti cui viene attribuito l’appellativo, ma quello che forse lo merita più di tutti date le velleità artistiche).
Da Trani a YouTube, senza costruire un personaggio (Domenico Bini è davvero così)
Domenico Bini è nato a Trani il 24 giugno 1960. Ha quindi compiuto 66 anni nel 2026 e ha cominciato a suonare da autodidatta quando ne aveva 16. Prima di diventare uno dei personaggi più riconoscibili del web italiano ha lavorato come agente di Polizia Penitenziaria e come sottotenente della Motorizzazione Civile, secondo la biografia pubblicata sul suo profilo Rockit.
Il canale YouTube arriva il 20 aprile 2010. All’inizio Bini condivide la propria passione per la musica, alternando canzoni d’autore, tastiere, chitarre e composizioni che definisce heavy metal. La formula rimane volutamente elementare: ripresa casalinga, esecuzione dal vivo e pubblicazione.
Soprattutto pubblicazione. Bini carica nuovi brani con una continuità impressionante, spesso più volte nello stesso giorno. Alcuni durano pochi secondi, altri assumono la forma di vere canzoni; ci sono dediche, pezzi ispirati all’attualità, lezioni di chitarra e titoli che sembrano nati cinque minuti prima della registrazione (e probabilmente, almeno in qualche caso, è andata esattamente così).
Il risultato è un archivio sterminato e difficilmente esplorabile per intero. Nel dicembre 2025 i video erano ancora poco meno di 18mila; oggi il contatore del canale ne indica circa 22mila. Quattromila pubblicazioni aggiuntive in meno di un anno. Uno può discutere il genere, la tecnica e persino il significato di certe parole. Sulla produttività, francamente, c’è poco da discutere. (Di seguito pubblichiamo l’ultimo video pubblicato al momento della pubblicazione).
Schana Wana e i misteriosi “brani in lingue”
Una parte fondamentale del culto di Domenico Bini ruota attorno ai suoi “brani in lingue”. Non canzoni in inglese o in qualche idioma poco conosciuto, come potrebbe sembrare al primo ascolto, ma composizioni costruite attraverso parole inventate, suoni e frammenti di linguaggio.
Il pezzo simbolo è Schana Wana, con il celebre “Osemberario” sul quale i fan hanno elaborato traduzioni, interpretazioni filologiche e ricostruzioni linguistiche completamente improbabili. Ed è proprio qui che il fenomeno Bini diventa qualcosa di più di una raccolta di video curiosi.
Sotto le sue canzoni si è formata infatti una comunità con un linguaggio proprio – Domenico Bini ha una propria lore. Gli utenti si rivolgono a lui chiamandolo Maestro, raccontano gli effetti prodigiosi provocati dalla sua musica, fingono di analizzare ogni verso come se fosse stato appena ritrovato un manoscritto perduto. A un brano incomprensibile può seguire il commento di chi sostiene che Bini parli «la lingua degli dei». Sotto una canzone particolarmente energica, qualcuno informa gli altri che con questa anche gli Iron Maiden sono sistemati.
È ironia, chiaramente, ma non soltanto presa in giro. Molti lo ascoltano con affetto sincero e difendono la sua libertà di comporre come vuole, senza adattarsi alle regole dell’industria musicale. Gli stessi commenti, spesso più elaborati del video al quale rispondono, sono diventati parte dello spettacolo.
Le canzoni più famose di Domenico Bini
Tra migliaia di pubblicazioni è inevitabile che alcuni brani abbiano conquistato uno spazio particolare. Il Vulcano è probabilmente la canzone più conosciuta al di fuori della comunità storica, anche grazie a una versione ufficiale pubblicata nel 2019. Ci sono poi Donna ignorante, Hero, In the Massachusetts, Canto bipolare in lingue e, naturalmente, Sta andando tutto male.
Nel 2021 la sua storia è finita anche in un libro: Il vulcano, Schana Wana e altri mondi musicali, scritto da Stefano Orlando Puracchio e costruito attraverso un’analisi del fenomeno e una lunga intervista al musicista. Nel 2022 è invece arrivato il documentario Famoso sul web… e nel mondo, diretto da Giuseppe Del Curatolo.
Un titolo che riprende un’altra delle formule ricorrenti utilizzate da Bini per presentarsi. E che, alla luce dei numeri, non appare nemmeno tanto esagerato.
L’album con Elio, Mangoni e Cristina Scabbia
Con il passare degli anni il Maestro è uscito almeno in parte dalla sua stanza, pur senza abbandonare il metodo che lo ha reso famoso. Nel 2025 ha pubblicato Sta andando tutto male, un progetto nel quale alcuni dei suoi brani sono stati ripresi e riarrangiati con la partecipazione di musicisti professionisti.
La title track è stata realizzata insieme a Elio e Mangoni, mentre nell’album compaiono anche Cristina Scabbia dei Lacuna Coil e Tony D’Alessio del Banco del Mutuo Soccorso. Il disco, pubblicato da COMICON Edizioni e XXXV Label, è stato accompagnato da un fumetto del collettivo Trincea Ibiza. La tracklist pubblicata da Rockit contiene otto brani, tra i quali Depression, Donna ignorante, No al nucleare e UE.
Per una volta le canzoni di Bini hanno quindi ricevuto arrangiamenti strutturati, videoclip animati e una produzione tradizionale. Lui, però, non ha smesso di caricare i propri video casalinghi. Il canale continua a crescere con la stessa logica degli inizi: ventiduemila video dopo, Domenico Bini è sempre lì – nella sua (spesso incasinata) stanza. E sta già registrando il prossimo video.
