La Coca Cola non è poi (più) così segreta: l’incredibile esperimento di LabCoatz

La Lab-Cola è davvero così simile alla Coca-Cola?

Un anno di analisi chimiche, spettrometria di massa e test alla cieca: così LabCoatz ha ricostruito un gusto molto vicino alla Coca Cola.

C’è un motivo se la Coca Cola è diventata più di una bevanda (e non c’entra solo il capitalismo). È un riferimento culturale, un’abitudine globale, un sapore che milioni di persone riconoscerebbero a occhi chiusi. Ed è anche uno dei segreti industriali più celebrati di sempre. Da quasi 140 anni la formula è custodita come un mito: ingredienti spediti senza etichetta, fornitori che non vedono mai il quadro completo, un caveau d’acciaio esibito come un simbolo durante i tour aziendali. Tutto questo per una (semplice?) bibita gassata.

Ed è proprio qui che entra in scena LabCoatz. Lo youtuber ha fatto una cosa che in tanti hanno tentato, quasi tutti fallendo: non “imitare” la Coca Cola, ma provare a ricostruirla scientificamente. Non per suggestione, non per nostalgia storica, ma partendo dai dati. Un lavoro lungo quasi un anno, dichiaratamente logorante, che ha messo insieme chimica analitica, letteratura scientifica e una quantità enorme di prove pratiche.

Il punto di partenza è meno misterioso di quanto si creda: LabCoatz sostiene che oltre il 99% della bevanda sia già ricostruibile per via indiretta – acqua, zuccheri, caffeina, acido fosforico, colorante caramello. Il vero buco nero è quella dicitura apparentemente innocua: “aromi naturali”. È lì che si gioca la partita.

All’inizio, LabCoatz procede come molti: prova ricette note, incluse versioni ispirate alla Coca Cola originale di fine Ottocento, e tenta di “tweakkarle” (modificarle un pizzico alla volta) fino a trovare il profilo giusto. Il risultato però è frustrante: vengono fuori bevande riconoscibili come cola, sì, ma lontane dalla Coca Cola moderna. Troppo speziate, troppo floreali, spesso sbilanciate. E soprattutto: difficili da rendere ripetibili senza un metodo.

Spettrometria di massa, studi scientifici e la svolta dei “dettagli invisibili”: così si è arrivati ad una Cola davvero molto simile

La svolta arriva quando LabCoatz si appoggia a due amici youtuber con strumenti diversi, uno dei quali è anche docente universitario, e fa analizzare campioni di Coca Cola con spettrometria di massa: una piccola quantità di campione viene separata in frazioni (tramite cromatografia) e poi “letta” dal macchinario, che restituisce una sorta di impronta digitale fatta di picchi.

Da qui emergono alcune conferme importanti. La componente agrumata non è un’impressione: compaiono composti legati agli oli di limone e lime e derivati che indicano trasformazioni chimiche in ambiente acido. Spuntano segnali compatibili con cannella e noce moscata, e si ritrovano molecole riconducibili al caramello usato per colore e note tostate. C’è perfino un indizio di processo: alcuni composti suggeriscono che la bevanda (o lo sciroppo) subisca riscaldamento in qualche fase.

La parte più interessante, però, è quella delle esclusioni. LabCoatz racconta che, nonostante compaiano in molte ricette “da internet”, neroli e lavanda non tornano: l’analisi del linalolo e delle sue forme “speculari” (enantiomeri) porta a concludere che il profilo è più vicino al contributo del coriandolo, con tracce attribuibili agli agrumi, e non a un’impronta floreale marcata. Anche il chiodo di garofano viene ridimensionato: alcune molecole compatibili esisterebbero, ma in quantità tali da poter essere spiegate come tracce provenienti da altri oli, non come ingrediente diretto.

Poi arriva un colpo di scena: la presenza di acido acetico tra i contributi aromatici più evidenti per massa. In pratica, aceto, in quantità minuscole (parti per milione) ma abbastanza significative da lasciare una firma. Non una “nota” riconoscibile come aceto, ovviamente, ma un micro-aggiustamento che sembra aiutare a tenere in equilibrio dolcezza e secchezza finale.

Nonostante i progressi, qualcosa ancora manca. LabCoatz lo descrive come un gruppo di sensazioni “verdi”, fresche, quasi da foglia, che separano la Coca Cola da una cola più “spice-centered” come Pepsi. E qui arriva l’intuizione decisiva: la foglia di coca (nella versione decocainizzata) si comporta come un tè, e i tè contengono tannini. I tannini sono poco volatili, quindi facili da “perdere” nelle analisi basate su gascromatografia, ma fondamentali per il palato: aggiungono quella lieve astringenza che maschera parte della dolcezza e rende il sorso più “asciutto”. Nel momento in cui inserisce tannini enologici purificati, il profilo si chiude.

A quel punto, il confronto tra lo spettro della Coca Cola e quello della replica diventa quasi inquietante: risultano quasi identici. E il palato conferma. LabCoatz organizza test d’assaggio alla cieca e non alla cieca: molte persone faticano a distinguere la sua “Lab-Cola” dalla Coca Cola vera. Alcuni dicono apertamente che, se fosse sugli scaffali, la comprerebbero senza problemi. I bevitori abituali sembrano più bravi a cogliere differenze sottili, ma la sostanza resta: l’esperimento arriva davvero vicino al bersaglio.

Il punto non è “rubare” una formula (d’altra parte la ricetta non è brevettata, proprio perché un brevetto imporrebbe di dichiarare cosa si sta proteggendo). Il punto è un altro: dimostrare che, nell’era della divulgazione scientifica online e della strumentazione accessibile tramite collaborazioni, anche i miti più blindati possono essere smontati e ricostruiti in modo credibile.

La Coca Cola resta Coca Cola. Ma dopo LabCoatz, è un po’ meno magica e un po’ più concreta. E, proprio per questo, forse ancora più interessante.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *