Danno e la storia del rap italiano: dalle posse agli album di oggi, la lezione su m2o plus

Durante un podcast, il Danno ha dato una vera e propria lezione sul rap

Danno ripercorre la storia del rap italiano su m2o plus: origini, posse, Roma, trap e passaggio generazionale.

Danno, al secolo Simone Eleuteri, non ha fatto una semplice intervista promozionale. Nella puntata di Exxxclusive intitolata “Lezione di storia del rap con Danno – EP.20”, pubblicata il 17 marzo 2026 su OnePodcast, il rapper romano ha finito per costruire un racconto più ampio: non solo il presente legato ad aka Danno, ma una vera riflessione sul rap italiano, sulle sue fratture, sulle sue trasformazioni e sul modo in cui ogni generazione ha preso qualcosa dalla precedente per piegarlo a modo proprio.

Dagli anni Ottanta alle posse: dove comincia davvero il racconto

Il punto più interessante del discorso è forse questo: per Danno la storia del rap in Italia non parte davvero dai nomi diventati famosi negli anni Novanta, ma da una scena precedente, più sommersa, fatta di dj, breaker, graffiti, serate in discoteca e performance in inglese. È lì che individua i primi “originator”, gli anticipatori rimasti spesso fuori dal racconto più noto. Non c’è nostalgia gratuita. C’è piuttosto l’idea che una cultura non nasca mai all’improvviso, ma per accumulo, per tentativi, per passaggi quasi invisibili.

Quando entra nei Novanta, il discorso si fa ancora più netto. Danno distingue tra una prima fase più sperimentale, quella delle posse e delle contaminazioni con reggae e raggamuffin, e una fase successiva in cui il rap italiano trova una forma più riconoscibile, una scena, dei punti di riferimento, un linguaggio comune. È il momento in cui, nelle sue parole, il movimento smette di essere solo intuizione e diventa struttura. Riviste, dischi, raduni, identità. Anche conflitto, naturalmente.

Dentro questa traiettoria Roma occupa uno spazio centrale. Non per campanilismo, ma perché nella ricostruzione di Danno la capitale viene descritta come una città che aveva un’attitudine quasi hip hop prima ancora di chiamarla così. Una città ruvida, notturna, dispersiva, ma anche fertile. Locali, negozi di dischi, punti di ritrovo, sottoculture che si incrociavano e si scontravano. Il rap romano, in quel contesto, si è costruito un carattere preciso: forte identità, forte senso di appartenenza, nessuna voglia di sembrare altro.

Roma, Milano, trap e quel bisogno di capire da dove arrivano le cose

Il bello del ragionamento di Danno è che non si ferma all’autobiografia. Parla di sé, certo, ma lo fa per leggere i cambiamenti del genere. Quando racconta l’arrivo della generazione successiva, da Fibra a Guè fino alle ondate ancora dopo, non indulge nel lamento del veterano. Ammette le tensioni, i cortocircuiti, perfino le rosicate, ma riconosce che ogni ricambio porta con sé lo stesso gesto: contestare chi c’era prima, spostare più avanti il confine, ridefinire il lessico.

Su questo punto torna spesso un concetto semplice e molto hip hop: il passaggio culturale. Danno lo dice apertamente quando parla dei prestiti da De Gregori o Vecchioni. Rubare, in senso artistico, non come sottrazione ma come trasformazione. Prendere una parola, una cadenza, una suggestione e rimetterla in circolo altrove. Vale per il cantautorato, vale per i sample, vale per il rap stesso. Anche per questo guarda con curiosità alle nuove generazioni più che con snobismo. Può non amare tutto, può sentirsi più vicino a un certo uso del sample che a una certa elettronica, ma il suo riflesso non è chiudere: è risalire alla fonte, capire da dove viene un suono, perché si è imposto, che cosa ha sostituito.

È qui che l’intervento diventa qualcosa di più di una chiacchierata sul disco. Danno, nato a Roma nel 1974 e membro dei Colle der Fomento dal 1994, parla con il peso di chi quel percorso lo ha attraversato davvero, ma senza mettersi sul piedistallo. Piuttosto ragiona sul fatto che il rap italiano abbia avuto più epoche, più capitali simboliche, più modi di intendere autenticità e appartenenza. E soprattutto sul fatto che oggi il rischio maggiore non sia tanto cambiare, quanto smettere di cercare.

In fondo è questo il cuore della sua “lezione”: il rap non si capisce se lo si legge solo in orizzontale, guardando l’uscita della settimana o la Top 50 del momento. Va letto in verticale. Bisogna scendere nei passaggi, nelle genealogie, nelle ossessioni, perfino negli errori. Danno lo fa partendo da sé, ma il discorso riguarda tutti. Ed è probabilmente per questo che la puntata funziona: non celebra soltanto un pioniere, rimette in fila una storia che troppo spesso viene raccontata a pezzi.

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